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L’Alta Valle Isarco e l’industria mineraria
Quando, circa 60 milioni di anni fa, il continente africano cominciò a spostarsi verso nord, il magma in risalita dalle profondità terrestri provocò grandi sconvolgimenti: nelle fratture e nelle pieghe trasversali si depositarono a poca distanza i più disparati strati geologici. Oggi si trova un bianchissimo marmo nella zona di Lasa in Val Venosta, in banchi più piccoli però anche nell’Alta Valle Inarco.
Le stesse rocce affiorano nella gola della Gilf; presso la località Le Cave, in Valle Isarco, domina invece un granito di color grigio chiaro. Quest’ultimo fu anche adoperato per la costruzione della cosiddetta Torre Bianca a Bressanone.
Alla fine del secolo XV, nella suo periodo di fioritura, l’industria estrattiva nelle valle di Ridanno, Racines e Fleres occupò migliaia di lavoratori. Le ricchezze accumulate grazie all’estrazione dell’argento permisero, nel 1443, di ricostruire rapidamente i quartieri di Vipiteno distrutti da un incendio, da allora chiama “Città Nuova”. Sempre durante questo periodo, i minatori promossero la costruzione di chiese dotate di preziosi tesori d’arte come ad esempio Santa Maddalena, in Val Ridanno, con addirittura quattro altari a portelle. Attorno al 1600 però, il depauperamento dei filoni metalliferi operato dai Fugger e l’importazione di argento meno costoso dal Sudamerica determinarono una drastica recessione dell’industria mineraria nell’Alta Valle Isarco. Ciò nonostante, a Monteneve l’attività proseguì, in misura modesta, fino al 1985.
Oggi, la miniera di Monteneve, è Museo provinciale delle miniere ed è visitabile da aprile a ottobre, da martedì a domenica dalle ore 09.30 alle ore 16.30. Nel mese di agosto il museo è aperto anche di lunedì.
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